Canzoni composte e cantate dall’intelligenza artificiale stanno affascinando il mondo intero

C’è una canzone intitolata Memory Remains che ha conquistato migliaia di persone in tutto il mondo. Centinaia di brevi video online mostrano volti — spesso avatar — che cantano con la stessa identica voce, mimando le parole in lip-synch.

I commenti sono quasi tutti di ammirazione: Che voce meravigliosa. Canti con un’intensità incredibile. L’hai scritta tu? Eppure, il compositore e il cantante non esistono — almeno non in forma umana. Memory Remains, infatti, sembra essere stata interamente composta e cantata da un’intelligenza artificiale. Eppure la canzone commuove profondamente, talvolta più di molte ballate scritte da autori umani.

Questo è il paradosso del nostro tempo. Per noi, cresciuti nell’epoca che ha visto affermarsi musicisti come Pink Floyd, Santana, Beatles, Rolling Stones e Queen, è inevitabile provare una certa amarezza nel constatare che oggi molte delle posizioni più alte nelle classifiche Billboard siano occupate da artisti virtuali generati dall’intelligenza artificiale. Il fenomeno sta emergendo in modo sempre più evidente nel panorama country statunitense, dove progetti come Breaking Rust e Cain Walker — pur non essendo cantanti reali — stanno raggiungendo milioni di ascolti su Spotify e posizioni di rilievo nelle classifiche digitali.

Breaking Rust, ad esempio, ha conquistato per due settimane consecutive il primo posto nella classifica Country Digital Song Sales di Billboard con il brano “Walk My Walk”, nonostante si tratti di un progetto interamente AI. Anche Cain Walker, altro artista virtuale, ha più brani in classifica. Billboard li definisce “virtual acts”, segnalando che voce, musica e identità artistica non appartengono a performer umani, ma sono frutto di sistemi di generazione artificiale guidati e curati da figure come Aubierre Rivaldo Taylor, che svolgono il ruolo di ideatori e produttori del progetto.

Il successo di questi artisti AI segue il caso di Xania Monet, prima artista generata dall’intelligenza artificiale a entrare in una classifica radiofonica Billboard. Molti di questi progetti si collocano nei generi Country e Gospel e, nonostante parte del pubblico sia consapevole della loro natura artificiale, le canzoni continuano a ottenere ascolti e apprezzamento. Allo stesso tempo, gli artisti umani restano comunque protagonisti delle classifiche principali, come dimostra Morgan Wallen, ancora in vetta alla Hot Country Songs.

Nel caso della canzone “Memory remains” , la voce è calda, maschile, intensa. La melodia è emozionante, senza tempo. All’ascolto non appare artificiale. Suscita un’emozione reale, profondamente umana. Ed è proprio qui che si genera il corto circuito: se il sentimento che provoca è autentico, ma l’autore non lo è, che cosa resta dell’autenticità?

I brevi video in lip-synch rivelano involontariamente la risposta. Gli spettatori attribuiscono istintivamente l’autorialità al volto che vedono. Così un avatar diventa “il cantante” — e spesso anche “l’autore”. La mente completa ciò che la cultura l’ha abituata ad aspettarsi: una voce deve appartenere a qualcuno, una canzone deve essere stata scritta da una persona.

C’è qualcosa di profondamente inquietante in tutto questo: la bellezza non richiede più necessariamente una creatività umana. La sua origine può essere tratta da innumerevoli espressioni umane assorbite, ricomposte e restituite dall’intelligenza artificiale.

Se una canzone senza un compositore o un cantante umano può commuoverci così profondamente, segue una domanda inevitabile: che cosa accadrà alla creatività umana quando non sarà più in grado di competere con l’intelligenza artificiale?

L’IA può generare emozione, ma non rischia nulla nel farlo. Non perde nulla se fallisce. Non sacrifica nulla se riesce. Gli artisti umani, al contrario, si espongono ogni volta che creano.

La possibilità più inquietante non è che gli esseri umani vengano superati dall’intelligenza artificiale, ma che si facciano lentamente da parte.

I brevi video in lip-synch costruiti intorno a Memory Remains mostrano già questo schema. Molti non smentiscono di essere gli autori o i cantanti, lasciano che l’equivoco persista. Accettano elogi per una voce che non è la loro e per una canzone che non hanno scritto. Non per malizia, ma per comodità — e perché il sistema premia l’apparenza più dell’autenticità.

Ma le implicazioni vanno ben oltre la musica.

Se un romanzo può essere generato e firmato, se un dipinto può essere richiesto a un sistema di IA tramite un prompt e poi rivendicato, se una poesia può essere assemblata e spacciata per espressione personale, allora l’incentivo alla pratica creativa scompare. E senza pratica, l’abilità non si limita a stagnare: regredisce. La capacità umana non è mai stata autosufficiente; sopravvive solo attraverso l’allenamento, lo sforzo e il fallimento.

L’arte non è una risorsa naturale. È un muscolo che va allenato.

Quando si può essere celebrati come autori senza alcun merito, quando le doti artistiche diventano un costume che si può indossare senza sforzo, le competenze umane si indeboliscono e, lentamente, scompaiono. Col tempo, sempre meno persone sapranno scrivere, disegnare, comporre senza l’assistenza dell’intelligenza artificiale.

Ciò che scompare per primo non è il genio, ma l’artigianato: quel sapere lento e invisibile che passa da una generazione all’altra, dal fallimento alla correzione. E una volta che l’artigianato è perduto, persino l’autenticità diventa impossibile da riconoscere.

In un mondo simile, l’arte umana non finisce in una catastrofe. Sbiadisce. Diventa una pratica di nicchia, ammirata come la bella calligrafia o il suonare il liuto — bella, obsoleta e scollegata dalla vita quotidiana.

Se Memory Remains ci insegna qualcosa, non è che il problema sia che le macchine creino, ma che gli esseri umani potrebbero smettere di farlo.

Questo articolo è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Non perché non avrei potuto scriverlo da sola, ma per comodità. Tuttavia, io posso ancora scegliere se creare con o senza assistenza, posso modificare le parti che non mi convincono. Utilizzo l’IA come strumento, non come sostituto.
La prossima generazione, però, potrebbe non essere in grado di farlo.

Ed è questo il futuro che dovremmo temere.

Eppure, devo ammettere che anch’io continuo ad ascoltare e ad apprezzare brani come “Walk My Walk”, le canzoni di Cain Walker o “Memory Remains” — la prima canzone AI che mi ha davvero affascinata. Sapere che sono state generate dall’intelligenza artificiale non cambia la percezione: sono canzoni che colpiscono, che restano, che sembrano parlare a tutti. Ed è forse proprio questa capacità di imitare e suscitare emozioni autentiche ad aver permesso a questi artisti virtuali di scalare le classifiche e attirare l’attenzione del pubblico.

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