«Solo i paranoici si salvano»: quando ignoriamo l’istinto che potrebbe salvarci la vita

In nome della razionalità, gli esseri umani hanno imparato a soffocare quell’istinto antico che un tempo ci spingeva a fuggire davanti al pericolo.

La celebre frase di Andrew Grove, cofondatore di Intel — «Solo i paranoici si salvano» — nasce nel contesto aziendale, come invito a mettere continuamente in discussione ciò che sembra scontato. Ma in certe circostanze questa metafora assume un significato ancora più profondo: riguarda la sopravvivenza reale.

Il cervello inconscio coglie le minacce per la nostra incolumità prima che la mente razionale le abbia elaborate. L’amigdala reagisce in una frazione di secondo. È quella voce che sussurra: «attenzione, vai via. Ora». Ma spesso non la ascoltiamo. Siamo stati educati a minimizzare, a sorridere, a non “esagerare”, a non sembrare ridicoli o ansiosi. Invece di muoverci, restiamo a osservare. Guardiamo gli altri — e se nessuno si muove, non ci muoviamo nemmeno noi.

E questo, purtroppo, è esattamente ciò che si è visto a Crans-Montana.

Davanti alle prime fiamme, solo pochi ragazzi hanno fatto ciò che l’istinto suggeriva: sono fuggiti subito, senza aspettare che la situazione degenerasse. La maggior parte, invece, ha reagito come ormai reagisce un’intera generazione: ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a filmare. Fermi, increduli, convinti che non ci fosse un pericolo reale. Non si aspettavano che, in pochi istanti, quelle fiamme potessero trasformarsi in un inferno.

Non è incoscienza. È qualcosa di più profondo: è la perdita dell’istinto che teneva in vita i nostri antenati.

E questo accade non solo ai ragazzi. Lo racconta con lucidità un addetto alla sicurezza antincendio, con anni di esperienza sul campo. Nelle situazioni di principio d’incendio — spiega — la maggior parte delle persone adulte non scappa. Restano lì a guardare, convinte che qualcuno interverrà, che il luogo sia a norma, che la situazione sia sotto controllo. Le persone si fidano del contesto, si adeguano al gruppo. Spesso sono gli stessi addetti alla sicurezza a doverle allontanare per precauzione.

Nel caso di Crans-Montana, ciò che avrebbe dovuto essere una «brace circoscritta» si è trasformato in un inferno perché mancavano dispositivi antincendio adeguati, personale formato, un piano di evacuazione. In un locale attrezzato e serio, spiega l’esperto, si sarebbe risolto in pochi minuti, con qualche pannello bruciacchiato e un po’ di odore di estintore. Invece quei giovani sono stati lasciati soli, senza guida, senza protezione — e non hanno alcuna colpa. Probabilmente, molti adulti si sarebbero comportati esattamente come loro.

Di fronte al fuoco, il cervello sociale ha prevalso su quello ancestrale: filmare, osservare, restare. Non per superficialità, non per stupidità, ma perché viviamo in una cultura che ci ha insegnato a razionalizzare la paura, a temere il giudizio degli altri, a restare composti anche quando il corpo grida di allontanarsi. Abbiamo disimparato a preservare la nostra vita prima di quella sociale.

Ascoltare il proprio istinto non significa vivere nella paura. Significa riconoscere che quel brivido improvviso, quel nodo allo stomaco, è un messaggio e non un difetto di carattere. In certe situazioni, chi scappa subito non è “esagerato”, non è “ansioso”, non è “paranoico”. Rimane vivo.

E allora sì, in alcuni momenti, solo i “paranoici” si salvano. Non perché vivano nella paura, ma perché hanno imparato a riconoscere il pericolo e ad ascoltare quella voce antica che, nei millenni, ha assicurato la sopravvivenza della nostra specie.

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