VITA DA VOLONTARIO: QUANDO IL DESIDERIO DI AIUTARE SUPERA LA PAURA

di Patrizia Ciava (Volontaria Croce Rossa- Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale)

La Croce Rossa Italiana ha dato una straordinaria prova di risposta all’emergenza e il contributo degli over 60 è stato prezioso anche durante la pandemia. Sono moltissimi i pensionati che si dedicano al volontariato. Si tratta di un’ottima opportunità per condividere la propria esperienza di vita e per aiutare gli altri. Fare del volontariato permette inoltre di rimettersi in gioco, facendo nuove esperienze e stringendo al tempo stesso nuove amicizie.  

I volontari sono figure cruciali e indispensabili nella società e molti servizi del terzo settore non potrebbero nemmeno essere erogati senza di loro. Ma quali sono le motivazioni e i valori che spingono una persona a mettere a disposizione della comunità il proprio tempo, le proprie risorse e capacità, senza ricevere alcun corrispettivo in denaro o benefici professionali?

E soprattutto, in un’epoca di pandemia come quella che stiamo vivendo, quando la maggior parte della gente si isola e si ritrae dal mondo per timore del contagio, dove trova il coraggio di dedicarsi per libera scelta agli altri, mettendo persino a repentaglio la propria incolumità?

Molti cittadini comuni si pongono queste domande con un misto di ammirazione e di perplessità. Appare, infatti, sorprendente che in una società sempre più caratterizzata da individualismo ed egoismo, in cui ognuno insegue principalmente denaro e potere, ci siano persone disposte ad operare per il bene comune a titolo completamente gratuito. Mentre tutti si affannano per ottenere un benessere materiale individuale, anche talvolta a scapito degli altri, il volontario si impegna per migliorare le condizioni dei più bisognosi. Quali sono le ragioni di questa scelta?

Negli ultimi anni, numerosi psicologi hanno cercato di dare una risposta a questi interrogativi, cercando di delineare la personalità e le caratteristiche comuni del volontario. Questi studi hanno evidenziato che le motivazioni cambiano da soggetto a soggetto e possono essere di varia natura: consce e inconsce, transitorie e permanenti, di natura personale, culturale, religiosa o politica. Tra i volontari della stessa associazione, e persino nella persona stessa, possono convivere bisogni, aspettative e scopi significativamente diversi.

E’ interessante notare come le teorie sociobiologiche e psicologiche, razionalizzando all’estremo il comportamento umano, neghino l’esistenza dell’altruismo puro, identificando nell’uomo una natura tendenzialmente egoista incapace di dedicarsi agli altri senza ricavarne un vantaggio personale. In quest’ottica, tendono ad interpretare atteggiamenti di generosità e solidarietà come dettati non dall’amore per il prossimo, bensì dall’interesse, concludendo che l’altruismo è solo una forma mascherata di egoismo. Ed è, purtroppo, su questa convinzione che si basano molti dei contributi teorici della sociobiologia e della psicologia, alimentando il sospetto che dietro l’apparente disinteresse possano celarsi fini nascosti. Una interpretazione che giova a chi cerca giustificazioni alla propria ignavia e alla propria indifferenza per la sofferenza altrui, arrivando ad esprimere considerazioni malevoli o sarcastiche nei confronti dei volontari. Non di rado si sentono infatti commenti sgradevoli come: «non ci credo che lavorano gratis, qualcosa ci guadagnano di sicuro!» oppure «fanno volontariato solo per farsi dire bravi!».

Tra i diversi modelli teorici, il più conosciuto è quello “funzionalista” di Snyder che individua sei gruppi di incentivi al volontariato, dove solo il primo ha una valenza positiva, in quanto esprime valori umanitari e di solidarietà. Gli altri cinque gruppi illustrano una serie di vantaggi tesi a dimostrare l’aspetto egoistico delle motivazioni: opportunità di sviluppo personale e di riconoscimento sociale; occasione per socializzare e occupare il tempo libero; acquisizione di conoscenze ed abilità da spendere in un futuro lavoro remunerato o per un avanzamento di carriera; possibilità di distogliere l’attenzione da problemi personali e rafforzare la propria autostima.

In breve, secondo questo modello, chi aiuta gli altri lo fa perché ne ricava un beneficio che pur non essendo materiale è altrettanto soddisfacente a livello personale.

E’ indubbio che “fare del bene” fa bene alla mente e al cuore. Uno studio scientifico ha dimostrato che aumenta addirittura il livello di endorfine, responsabili del buonumore. Ma possiamo davvero considerare egoista una persona che si dedica al prossimo perché ne trae un benessere emotivo?

Questa teoria non sembra tener conto della complessità della natura umana, dove altruismo ed egoismo possono coesistere nella stessa persona inducendo comportamenti che racchiudono entrambi gli aspetti, senza nulla togliere al valore altruistico di una azione svolta per portare beneficio ad altri, a volte mettendo persino a rischio la propria vita.

La spinta motivazionale al volontariato risponde a stimoli diversi ma complementari; da una parte la solidarietà vissuta come impegno sociale verso l’esterno, dall’altra motivazioni che rientrano nella sfera più intima della persona, come il desiderio di dare significato alla propria esistenza, la ricerca, la scoperta e la realizzazione del sé. Un ruolo di rilievo è svolto anche da credenze di tipo etico-religioso, dall’educazione ricevuta e quindi dalla familiarità con il comportamento donativo. Sia che si tratti di azioni volte a offrire sostegno emotivo e ascolto, sia che si tratti di interventi più complessi, “fare del bene” non è mai un comportamento fortuito o casuale, ma è intenzionale e ciò che lo attiva è un sistema complesso di strutture emotive, cognitive e motivazionali, di valori, aspettative e scopi, che non è possibile catalogare in uno schema rigido.

La teoria “funzionalista”, inoltre, non tiene conto di sentimenti più impalpabili, come l’empatia e la compassione, che tuttavia costituiscono la linfa vitale dello spirito volontaristico.

L’empatia, cioè l’innata propensione a farsi coinvolgere emotivamente dalle vicende altrui, presente in alcune persone più che in altre, rappresenta uno degli stimoli principali in grado di attivare comportamenti solidali e altruistici, giacché consente di identificarsi nel prossimo e di condividerne le emozioni. Per alcune persone, osservare un individuo in difficoltà dà origine a una forma di compartecipazione alla sua sofferenza e angoscia che le spinge ad agire per alleviarle.

La compassione, dal latino (compatior = cum+patior), è il “sentimento di pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti”. Diversamente dall’empatia si tratta di una comprensione più razionale, distaccata, talvolta formale.

Il fatto che vi siano persone maggiormente inclini a prendersi cura del benessere altrui in maniera spontanea, anche a prezzo di sacrifici e rischi personali, ha portato alcuni studiosi ad avvalorare l’ipotesi che tali condotte possano sottendere una medesima struttura mentale. Hanno, infatti, individuato una caratteristica che accomuna chi dimostra una personalità pro-sociale, cioè orientata alla tendenza ad aiutare gli altri, ed è appunto l’empatia. “Coloro i quali hanno queste personalità cercheranno sempre di far parte di una associazione di tipo no-profit” (Penner & Finkelstein).

A tal proposito, hanno messo in luce come la prosocialità si configuri sempre come tratto specifico delle persone amicali, cooperative e cordiali; nello specifico la persona prosociale sarebbe caratterizzata da elevata autostima, uno spiccato senso morale e di responsabilità sociale, una bassa necessità di approvazione esterna, notevoli capacità empatiche e propensione alla solidarietà. In quest’ottica il volontario è una persona equilibrata che sa integrare l’interesse per gli altri con i propri bisogni.

Tuttavia, la naturale spinta ad aiutare il prossimo delle persone prosociali deve inserirsi in binari precostituiti per essere efficace. Il volontario deve saper contenere i propri sentimenti per rispondere con professionalità e capacità al bisogno di aiuto di chi si trova in una situazione svantaggiata. Muoversi in maniera autonoma potrebbe essere controproducente ed è quindi consigliabile incanalare la propria energia e attitudine intrinsecamente altruistica all’interno di organizzazioni strutturate.

Nella scelta dell’associazione cui aderire, è di fondamentale importanza l’identificazione con i principi e gli scopi che esprime. La reputazione e la credibilità di cui gode l’organizzazione accresce la spinta motivazionale del volontario, e ne determina il livello di impegno e di prestazione, soprattutto in relazione alla qualità e alla continuità del servizio.

Il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa  rappresenta un esempio pressoché unico nel mondo, in quanto opera in un ampio ventaglio di ambiti d’intervento, che vanno dalle emergenze all’assistenza sociale e sanitaria, per apportare aiuti e miglioramenti anche nei posti più remoti del pianeta. E’ evidente che l’attività di volontariato nella C.R.I. genera un riconoscimento sociale più elevato rispetto a quello, pur significativo, delle altre organizzazioni, poiché il movimento gode di una reputazione storica di affidabilità, professionalità ed efficacia di azione. I sette principi cui si ispira riflettono valori umani assoluti, facilmente condivisibili, che creano senso di appartenenza e contribuiscono a formare una comunità coesa nel conseguire gli scopi dell’associazione.

Ad alcuni volontari è stato chiesto perché avevano deciso di candidarsi proprio nella C.R.I. e non in altre associazioni; il 50% dei volontari ha affermato di aver scelto la C.R.I. per l’ampiezza delle attività che si possono svolgere, il 47,3% perché si riconosce nei sette principi e nella missione della C.R.I., il 46,2% per la sua natura internazionale, il 28,4% per la sua istituzionalità e il 12,3% perché non conosceva altro.

In una indagine volta ad individuare le motivazioni che hanno portato persone ad proporsi per svolgere attività di volontariato è emerso che una percentuale significativa si è attivata in occasione di un evento di emergenza che lo ha particolarmente colpito. Ed è accaduto anche in occasione della pandemia causata dal coronavirus, in cui a centinaia hanno risposto con entusiasmo alla richiesta della C.R.I. di volontari temporanei per fronteggiare l’emergenza.

L’analisi delle motivazioni che spingono un individuo ad intraprendere un impegno nel volontariato è di fondamentale importanza, a maggior ragione se comporta dei rischi. Deve essere sempre ben chiaro cosa spinge il volontario ad agire, quale la sua motivazione iniziale e quale in divenire.

Abbiamo chiesto ai volontari della Croce Rossa di Roma di rispondere ad un breve questionario sulle ragioni che li hanno spinti a svolgere attività di volontariato durante la pandemia, benché consapevoli del pericolo che correvano.

Ecco le loro testimonianze.

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