L’INSOSTENIBILE PRESENZA DELLA MORTE.

Cowards die many times before their deaths. The valiant never taste of death but once. Of all the wonders that I yet have heard, It seems to me most strange that men should fear Seeing that death, a necessary end, Will come when it will come.* (Shakespeare, Julius Caesar, Act 2 Scene 2)

«Abbiamo dimenticato la morte eppure solo la morte insegna a non sprecare la vita» (Salvatore Natoli).

La società sembrava averla rimossa, era diventata una parola impronunciabile, quasi un tabù. E’ ritornata prepotentemente alla ribalta con la pandemia.

Ma il macabro conteggio quotidiano dei decessi da parte dei media l’ha resa paradossalmente ancora più inaccettabile, come se si trattasse di un evento eccezionale, un epilogo evitabile, che capita solo a pochi sfortunati o peggio, a incoscienti colpevoli di avere sottovalutato il rischio. Il modo in cui è stata raccontata è servito a ridurla ad un semplice “speriamo di scamparla”.

D’altra parte, la nostra percezione della realtà è ormai veicolata dai media. La morte è stata spettacolarizzata, serve a fare audience, è rappresentata come se si trattasse di una minaccia insolita, dovuta a una situazione contingente transitoria che occorre superare per recuperare una condizione di «normalità» in cui la morte torna ad essere un evento anomalo, eccezionale, scongiurabile, procrastinabile all’infinito. Televisioni e giornali parlano di morte solo nei casi di incidenti gravi, di calamità, di crimini e atti di terrorismo. Cosicché il pubblico tende a non ricordare che i reparti oncologici sono pieni di pazienti in fin di vita – purtroppo anche quelli pediatrici – che ogni anno migliaia di persone muoiono per complicanze dovute all’influenza stagionale, che le malattie cardio-vascolari sono la prima causa di morte nel mondo occidentale. La percezione del pericolo è indotta dai media e associata ad eventi eccezionali. All’indomani di un disastro aereo che causa cento vittime, molte persone avranno paura di volare. E sarà inutile mostrare loro statistiche che dimostrano che viaggiare in auto è molto più pericoloso dell’aereo; la paura non è razionale.

Nel caso del Covid, non a caso si è usato un linguaggio militaresco, si è parlato di guerra, di eroi, martiri, nemico, sopravvissuti, sono stati usati camion militari per spostare le salme da Bergamo. Moltissime persone hanno di colpo riscoperto un rischio che fino a prima della pandemia non prendevano nemmeno in considerazione, come se ammalarsi e morire non fosse insito nella condizione umana. Per questo motivo, sono state in qualche modo paralizzate dalla riscoperta della propria vulnerabilità, tendendo a rinchiudersi in casa, senza voler più avere un approccio con il mondo esterno e persino con i propri affetti. Molti hanno smesso di vivere per il timore di morire.

Il senso di impotenza e di panico generato dalla paura ha provocato in alcuni anche reazioni di ostilità e persino manifestazioni di odio violento nei confronti di presunti colpevoli cui attribuire la responsabilità di quanto stava avvenendo. Un atteggiamento raccapricciante, di manzoniana memoria, oggi definito « pandemic shaming », che ha dato origine ad episodi di linciaggio mediatico e sociale, fatto di offese e insulti diretti a sconosciuti o conoscenti, rei di non rispettare tutte le regole e le precauzioni per evitare il contagio, accusati di mettere a repentaglio la salute e l’incolumità propria e altrui.

Di fatto il rischio di potersi ammalare e morire, o di avere un incidente dentro e fuori casa, non è affatto aumentato con la pandemia. La nostra vita è costantemente « appesa a un filo » come si diceva una volta. Fin dal momento in cui nasciamo rischiamo di morire. E ci sono sempre mille pericoli in agguato, anche se di solito non ci pensiamo, altrimenti dovremmo vivere perennemente nel terrore.

Fino all’Ottocento la morte era accettata come un complemento della vita stessa.

La rimozione sociale e culturale della morte deriva da diversi fattori; i progressi tecnico-scientifici hanno allungato l’aspettativa di vita e allontanato il momento del trapasso, ma la causa principale della rimozione della morte nella nostra società è il consumismo. Come sostiene l’economista Luigino Bruni, il consumismo è una religione e l’illusione di immortalità è funzionale al consumo.

La pubblicità mira ad alimentare il mito della salute e della giovinezza eterna per convincerci a comprare prodotti e servizi. In una società che ci impone di essere sempre giovani, belli e in forma, la malattia e la morte sono considerate quasi delle debolezze, delle colpe attribuibili al singolo individuo. Se ti ammali e muori è colpa tua, è perché non hai saputo riguardarti o proteggerti adeguatamente. Ai tempi del coronavirus, si arriva persino a suggerire che se uno si ammala e muore è perché ha ceduto ai sentimenti e agli affetti.

Abbiamo relegato la morte a un fallimento della medicina. Eppure morire fa parte del vivere e rappresentano insieme lo stesso mistero.

La consapevolezza della morte porta ad interrogarsi sul senso profondo dell’esistenza e a focalizzarsi sugli aspetti che contano veramente. Solo la consapevolezza della morte ci insegna a non sprecare la vita. Se sappiamo che abbiamo un tempo determinato e non infinito, lo buttiamo via? Se a uno rimane poco tempo da vivere cerca gli affetti più cari o si dedica allo shopping? Cerca di guadagnare più denaro o di trascorrere più tempo possibile con chi ama ?

Un aspetto decisivo, negli ultimi momenti, è stringere la mano dei familiari, degli affetti. Un gesto di umanità che il nuovo coronavirus ha cancellato: moltissime persone sono trapassate in solitudine. E questo è stato l’aspetto più terribile.

Non poter accompagnare la persona che muore tenendole la mano, sentendone le ultime parole, determina un senso di colpa spaventoso, una lacerazione che spesso chi rimane si porta dentro per sempre. 

***

[*I codardi muoiono molte volte prima del loro trapasso; Gli impavidi assaggiano la morte una volta sola; Di tutte le assurdità che abbia mai sentito; Mi pare veramente strano che gli uomini la temano (la morte ndr); Visto che la morte, una fine necessaria, arriverà quando deve arrivare. (Shakespeare – Giulio Cesare)]

Un commento

  1. Letto articolo, mi è piaciuto molto, l’argomento è importante ma viene spesso evitato. Per come la vedo io, il consumismo da solo non basta a spiegare il rifiuto della morte. Credo sia implicata anche la perdita, il rifiuto dei valori occidentali e la quasi scomparsa del cristianesimo che fino a tempo fa dava assicurazioni su un “afterlife” e sulla continuità della vita in altra forma, mentre ora si vorrebbe delegare il tutto alla medicina che dovrebbe renderci immortali…….e alle creme, alle lozioni, agli integratori e quant’altro che dovrebbero preservare il nostro look…….i media e chi sta dietro di loro hanno creato nella gente un effetto di “eterna illusione”, dove il concetto della morte è off limits

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