La vita si misura in larghezza non in lunghezza

« Confesso che ho vissuto « 

Questa è la frase che avrei voluto pronunciare alla fine della mia vita.

Ci sono libri che ci inspirano, ci fanno riflettere e ci portano a compiere scelte. Uno di questi è stata la raccolta di memorie del celebre poeta Pablo Neruda, letto quando mi affacciavo alla vita adulta.

Senza ambire alla gloria e alla fama del noto premio Nobel, avrei voluto come lui poter dire al termine della mia esistenza di averla vissuta intensamente, innamorata del mondo e delle meraviglie che esso contiene, fiduciosa nella bontà intrinseca dell’animo umano ma anche di essere sempre stata coerente con me stessa, acuta e ironica osservatrice della realtà che mi circonda, lottando per ciò in cui credo.

E ora vedo il mondo che amavo scomparire sotto i miei occhi, mi trovo circondata da persone incattivite dalla paura dell’altro, che scelgono di non vivere per paura di morire.

Ho amici con i quali ho condiviso mille avventure, viaggi emozionanti in luoghi esotici dove le strutture sanitarie precarie rendevano pericoloso il più piccolo incidente, abbiamo pernottato in tende nel deserto dove nessuno avrebbe potuto raggiungerci in caso di malore, ci siamo immersi con le bombole in caverne e labirinti di cui non si vedeva l’uscita, tra squali e pesci dal veleno mortale. Abbiamo sempre affrontato questi pericoli con la consapevolezza che le nostre vite sono sempre appese a un filo e che proprio per questo dobbiamo viverle pienamente.

Oggi vedo questi stessi amici paralizzati dal terrore. Terrore dei loro simili, terrore dell’aria che respirano, degli oggetti che toccano.

Che razza di sortilegio vi hanno fatto per ridurvi così ? Me lo sto chiedendo da 14 mesi.

Una volta gli anziani accettavano con saggezza e maturità il mistero dell’esistenza e l’ineluttabilità della morte. Oggi si rintanano terrorizzati dalla fine comunque vicina, rinunciano a vivere e pretendono che lo facciano tutti, trovando giusto immolare la loro stessa progenie per sentirsi al sicuro.

Sono pronti a rimanere rinchiusi per anni, in una condizione di prigionia a intermittenza alla quale la maggioranza si è già assuefatta e che richiede anzi a gran voce quando viene allentata. D’altra parte credo che ormai nemmeno il più ottimista si illuda che si possa tornare alla normalità pre-pandemica. I vaccini non ci salveranno e l’immunità di gregge sarà sempre vicina ma mai raggiungibile. Ci saranno nuove pandemie, nuove varianti, nuovi vaccini, socialità ridotta ai minimi termini, coprifuoco, passaporti per spostarsi ovunque. E la protagonista sarà sempre lei : la Paura.

E alla fine moriremo lo stesso. Come tutti. Forse di Covid, forse di altro. Forse domani, forse tra 5, 10 o 20 anni. Ma importa davvero ? « La vita si misura in larghezza non in lunghezza », diceva l’indimenticabile Luciano De Crescenzo, « il tempo è solo un’invenzione, ciò che più conta è vivere al massimo delle nostre possibilità i giorni che abbiamo a disposizione ».

Infatti, è proprio la consapevolezza della nostra caducità che dovrebbe spingerci a vivere il più intensamente possibile, a non rinunciare ad abbracciare e trascorrere del tempo con gli amici e gli affetti più cari finché se ne ha la possibilità. Purtroppo ci stanno costringendo a farlo. E questo per me è davvero insopportabile. Forse perché non vivere mi fa più paura della morte.

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