Dove sono i nonni di una volta?

Qualche giorno fa dovevo andare a pranzo da mia nipote, da poco rientrata da un viaggio di lavoro. Vive da sola ed io sono l’unica sua parente in città. La mattina mi chiama al cellulare.

« Zia, ho la febbre alta da ieri sera, forse è meglio che non vieni finché non so qual’è la causa »

« Non dirlo nemmeno per scherzo ! » replico.

E mi precipito da lei.

Le misuro la temperatura, ha quasi 40, si sente debole e stanca ma non avverte altri sintomi. Il medico, interpellato al telefono, le consiglia di prendere tachipirina. Le prescriverà degli esami in seguito se la febbre non passa. Rimango a dormire da lei, condividiamo lo stesso letto, le asciugo la fronte madida di sudore, alterna brividi di freddo a vampate di calore, effetto dell’antipiretico. La mattina la febbre è ancora molto alta quindi decidiamo che è meglio andare in ospedale per effettuare delle analisi, tra cui il test per la malaria, endemico nel paese da cui proviene. Chiamiamo lo Spallanzani, specializzato in malattie infettive rare, ma ci rispondono che è stato convertito in struttura Covid e che non visitano più pazienti affetti da altre patologie. Quindi ripieghiamo sul nosocomio più vicino.

Giunti al Pronto Soccorso siamo costrette a separarci, dato che gli accompagnatori non possono più entrare. Mentre aspetto fuori, tra parenti preoccupati che chiedono notizie dei propri cari, penso che tra tutte le misure di distanziamento questa sia di gran lunga la più crudele. Essere costretti ad abbandonare le persone amate proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di sentire una presenza accanto è la disposizione più deumanizzante che si possa immaginare. Per quanto i pazienti sappiano che è un divieto e non la mancanza di volontà ad impedire ad amici e parenti di andarli a trovare, è inevitabile che provino un senso di abbandono e di sconforto, specie i più anziani. Pur provando a giustificare tale norma con il pericolo di contagio, ci si chiede per quale motivo l’accesso sia vietato anche ai reparti non Covid, quando basterebbe effettuare un tampone per consentire l’ingresso ai visitatori.

Ma inutile porsi domande, la logica e il buon senso hanno smesso da tempo di essere protagoniste delle nostre società, dove trovano ormai spazio solo paura e diffidenza verso gli altri.

Mia nipote mi invia un messaggio in cui mi informa che le hanno fatto un primo tampone antigenico, risultato negativo, ma che prima di poterla sottoporre a visita ed esami dovranno attendere il risultato del tampone molecolare che richiede circa otto ore. Nel frattempo l’hanno fatta accomodare nella zona Covid del pronto soccorso, come ogni persona che presenta febbre o altri sintomi riconducibili al virus. Questo spiega perché molti si contagiano proprio in ospedale.

« Ma a cosa serve il molecolare se sei già risultata negativa all’antigenico ? Inoltre sei reduce da una quarantena di 14 giorni, è ovvio che non può essere Covid. »

Nell’attesa faccio una passeggiata nei dintorni. Da una scuola elementare escono bambini con il volto coperto dalla mascherina. Vorrebbero soffermarsi a chiacchierare con i compagni ma i genitori si affrettano a trascinarli via. Fingono di temere per i loro pargoli ma è chiaramente per proteggere sè stessi che li isolano dagli altri, visto che è difficile credere che qualcuno non sappia che i bimbi sono naturalmente immuni e non si ammalano di Covid.

E’ ormai raro vedere nonni che vanno a prendere i nipotini a scuola. Gli anziani si sono rinchiusi nelle loro torri d’avorio per paura di una morte che prima della pandemia era stata rimossa dall’equazione, considerata quasi alla stregua di un evento avverso eccezionale.

Una volta, i nonni erano consapevoli che la progenie rappresenta l’unica forma di immortalità cui gli esseri umani possono ambire e avrebbero dato la vita per i loro nipoti. Oggi sono pronti a sacrificarli per proteggere se stessi. Preferiscono condurre esistenze vuote, prive di abbracci e di affetto. Rinunciano a vedere figli e nipotini per non rischiare di infettarsi, oppure li costringono ad indossare mascherine mentre giocano con loro e a sottoporsi a fastidiosi tamponi prima di andare a trovarli per assicurarsi che non siano contagiosi. Tra poco arriveranno a contemplare persino il vaccino per i minori – e in alcuni paesi già lo fanno – che se « i benefici superano i rischi » per la popolazione più anziana non è certamente così per i più piccini.

Rocco Russo, coordinatore del tavolo tecnico sulle vaccinazioni della Società italiana di pediatria  si esprime così: “E’ vero che i più piccoli si ammalano meno, ma qualche conseguenza il Covid potrebbe lasciarla. E non possiamo permetterci sacche di popolazione in cui il virus continui a circolare. Vaccinare i bambini protegge gli adulti.”

Alcuni hanno persino il coraggio di minimizzare l’impatto di tali imposizioni, « Cosa sarà mai qualche piccolo sacrificio ! Cosa dovrebbero dire allora quelli che hanno vissuto in tempo di guerra! » Ma durante i conflitti i bambini e i ragazzi erano liberi di ritrovarsi e di giocare assieme, non possedevano abiti o giocattoli ma potevano contare sul bene più prezioso: l’amicizia e la solidarietà. Oggi vivono isolati dai loro simili, con bocche e sorrisi nascosti da un pezzo di stoffa, incollati per ore allo schermo di un computer. Come si fa a non capire che se questa situazione è alineante per gli adulti figuriamoci per chi non ha ancora le strutture adeguate per resistere all’angoscia della solitudine e della depressione ?

Poveri, poveri bambini! Sacrificati dai loro stessi genitori e nonni sull’altare della nuova normalità.

Provo un profondo senso di tristezza quando penso ai ragazzi costretti a vivere in un mondo da cui ogni forma di divertimento (tranne il calcio-business) è stata bandita, colpevolizzati come criminali se vogliono semplicemente gioire della vita, abbracciarsi, amoreggiare, ridere, danzare, accusati di essere egoisti da chi è di gran lunga più egoista di loro.

Probabilmente la nuova generazione crescerà senza conoscere altra realtà se non quella della pandemia infinita. Con buona pace di Platone, Socrate, Orwell, Huxley e tutti quelli che hanno cercato invano nei secoli di risvegliare le coscienze sopite delle popolazioni.

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