Se le donne fossero al potere nel mondo intero, se avessero da secoli impostato le regole con logica femminile, ci sarebbero guerre?
Molti lo negano, portando l’esempio di leader donne come Golda Meir, Margaret Thatcher o Indira Gandhi, che non hanno esitato a scatenare guerre quando hanno ritenuto che fosse necessario per gli interessi del proprio Paese.
Ma questi precedenti non fanno testo. Quelle donne governavano dentro un sistema politico, culturale e militare costruito dagli uomini, secondo regole stabilite dagli uomini, costrette a dimostrare di essere altrettanto forti, dure e determinate dei loro colleghi maschi.
Io parlo di un mondo ipotetico nel quale fossero state le donne, per secoli, a stabilire le regole del potere, a decidere che cosa significhi essere forti e quale valore debba avere una vita umana. Come sarebbe la civiltà se, per diecimila anni, fossero state le donne a stabilire che cosa dà prestigio, come si difende la proprietà, come si risolvono i conflitti, come si organizza la società e che cosa significa comandare?
Non parlo di un mondo nel quale semplicemente le regine sostituiscono i re, ma di uno nel quale fin dal Neolitico maternità, discendenza materna, cooperazione femminile e cura dei bambini diventano il centro attorno al quale si costruiscono le istituzioni.
E sì, parlo anche di biologia. Non mi interessa fingere che uomini e donne siano identici per paura di apparire politicamente scorretta.
Non voglio sostenere che le femmine siano “più buone” o “meno aggressive”, ma che la loro aggressività, anche in natura, tenda più spesso a essere funzionale alla protezione della prole che alla ricerca di prestigio o potere attraverso la conquista.
Anche osservando ciò che accade in natura si scopre che, in moltissime specie di mammiferi, la competizione aggressiva maschio-maschio è diffusissima e ha contribuito perfino all’evoluzione di maggiore taglia corporea e di “armi” come corna, palchi e canini.
L’aggressività femminile esiste eccome. Ma frequentemente compare in relazione alla difesa della prole o delle risorse necessarie alla riproduzione. A causa dell’enorme investimento nella produzione e nella cura dei piccoli, preferiscono evitare scontri fisici ad alto rischio perché morire significa ridurre anche la possibilità di sopravvivenza della prole. È questa la distinzione importante: non femmine pacifiche contrapposte a maschi aggressivi, ma forme di aggressività che rispondono, mediamente, a pressioni evolutive differenti.
Una femmina mammifera è biologicamente predisposta a interpretare la vulnerabilità di un piccolo come uno stimolo da proteggere anziché da distruggere. Da questa predisposizione può emergere, in circostanze particolari, anche la cura di piccoli che non sono propri o addirittura di un’altra specie, studiato in zoologia come alloparental care, ed è stato documentato in più di 120 specie di mammiferi. Può comprendere protezione, trasporto, pulizia, sorveglianza e persino allattamento. Nei cani liberi, per esempio, femmine in lattazione sono state osservate mentre allattano cuccioli di altre femmine e difendono piccoli non propri. C’è poi il caso commovente della leonessa Kamuniak, nel Samburu in Kenya, che adottò ripetutamente piccoli di orice, animali che normalmente avrebbe predato. Nel 2002 fu osservata e filmata mentre proteggeva un piccolo, rinunciando persino a cacciare per un periodo. Durante la sua vita arrivò ad adottare più di un orice.
Che cosa sarebbe accaduto, allora, se queste diverse pressioni evolutive avessero plasmato per millenni non soltanto i comportamenti individuali umani, ma le istituzioni politiche e i rapporti tra Stati?
Prima bisogna capire perché quasi tutte le grandi strutture di potere storiche siano diventate maschili. L’umanità è stata organizzata come una società patriarcale fin dalla preistoria? Gli uomini hanno conquistato il predominio grazie alla forza fisica?
Gli studi di antropologia, archeologia, sociologia e biologia aiutano a ricostruire una possibile risposta.
In media il maschio umano possiede una maggiore massa muscolare, soprattutto nella parte superiore del corpo. In piccoli gruppi senza Stato, polizia o tribunali, la capacità individuale e collettiva di usare la violenza aveva un peso molto superiore a quello che ha oggi.
La vera svolta sembra essere avvenuta con la sedentarizzazione, quando grazie all’agricoltura e all’allevamento è diventato possibile accumulare terre, bestiame, raccolti, case e ricchezza. A quel punto è diventato importante stabilire a chi appartenessero e chi li ereditasse.
Gli uomini erano particolarmente efficienti nel coalizzarsi per controllare territorio e bestiame e per combattere altri gruppi. Nel mondo neolitico e agro-pastorale la parentela maschile poteva quindi diventare una vera infrastruttura militare e politica. Quando la principale fonte del potere diventa la capacità di combattere e conquistare nuovi territori, si crea un enorme vantaggio strutturale maschile.
Una donna adulta, al contrario, era costretta a trascorrere una parte significativa della propria vita fertile tra gravidanze, parto, allattamento e cura di bambini piccolissimi. Un uomo poteva andare per mesi in guerra, allontanarsi dalla comunità, cacciare lontano, sorvegliare il bestiame, partecipare a spedizioni a grande distanza. Una donna incinta o con un neonato che allattava aveva oggettivamente meno libertà di movimento.
La conquista declinata in senso maschile significa voler accumulare terra oltre il necessario per aumentare il proprio prestigio attraverso l’espansione, per costruire imperi sempre più potenti. Il prestigio nel linguaggio maschile deriva dalla quantità di territorio controllato, dal bestiame posseduto, dai nemici sconfitti, dalla capacità di combattere, dal numero di uomini subordinati, dall’espansione del proprio clan.
In una società guidata dalle donne il prestigio deriverebbe probabilmente da altri elementi: quantità di bambini che sopravvivono, sicurezza alimentare, solidità della rete familiare, capacità di mantenere rapporti con altri gruppi, disponibilità di persone con cui scambiare beni, accesso condiviso ad acqua, pascoli e raccolti.
A quel punto lo stesso vicino, anziché essere un nemico, può diventare una risorsa sociale. Se possiede qualcosa che un gruppo non ha, potrebbe essere più conveniente condividerla o scambiarla invece che combatterlo e ucciderlo.
Non ci sono basi scientifiche per affermare che, se avessero sempre deciso le donne, avrebbero condiviso tutto e non avrebbero cercato di prevalere. Un gruppo femminile avrebbe potuto cercare di impadronirsi di un terreno più fertile, con acqua, raccolti, animali e maggiori risorse per assicurare il sostentamento della propria prole.
Ma abbiamo buone ragioni per pensare che la competizione fra gruppi avrebbe potuto assumere forme meno violente ed essere meno orientata alla conquista fine a se stessa.
Gli studi di Mary Caprioli hanno trovato che gli Stati caratterizzati da maggiore uguaglianza tra uomini e donne tendono statisticamente a ricorrere meno alla violenza nelle dispute internazionali e ad avere minore propensione all’uso iniziale della forza. È una correlazione che rimane anche controllando fattori come ricchezza, democrazia, alleanze e vicinanza geografica.
Una società organizzata storicamente intorno alle donne avrebbe potuto prendere una traiettoria diversa perché avrebbe valutato diversamente i costi di una guerra.
Non avrebbe rischiato con la stessa facilità di mandare a morire i propri figli, per i quali erano stati necessari anni di cura per metterli al mondo e crescerli. Per una donna che abbia vissuto gravidanze, parto, allattamento e cura prolungata dei figli, un giovane adulto non è semplicemente un’unità militare sostituibile: rappresenta vent’anni di investimento biologico e sociale.
Una leader donna non avrebbe nemmeno rischiato con leggerezza di mandare a morire donne giovani. Se una comunità perde trenta uomini in guerra, biologicamente la popolazione può ancora riprodursi rapidamente. Se perde trenta donne giovani, la capacità riproduttiva della comunità diminuisce molto di più.
Le donne non sarebbero pacifiste perché più buone, ma perché la valutazione dei costi e dei benefici della guerra non è identica per i due sessi. Uno degli incentivi evolutivi alla competizione maschile per status e territorio è molto più debole nel sesso femminile.
La violenza magari ci sarebbe stata. Ma avrebbe potuto rimanere circoscritta alla difesa e non avremmo avuto le guerre che conosciamo per gloria dinastica, espansione imperiale, prestigio nazionale, bottino, controllo commerciale, religione, successione, vendetta ed egemonia.
Forse è proprio perché guerra, virilità e prestigio maschile finirono per legarsi così strettamente nelle prime società umane che si è imboccata una strada storica che poi si è autoalimentata per millenni.
Se l’evoluzione ha prodotto nelle femmine maggiore investimento nella sopravvivenza della prole e quindi maggiore avversione a competizioni fisiche ad alto rischio — che cosa sarebbe accaduto se questa logica avesse plasmato per millenni le relazioni sociali umane?