Agire senza pensare: quella notte a Ponte Milvio

Un paio di sere fa stavo tornando a casa verso mezzanotte e mezza, dopo aver fatto da baby-sitter a Leton, il mio nipotino, per permettere a mia figlia e al suo compagno di concedersi una serata fuori.

Percorrevo il piazzale di Ponte Milvio in direzione di via Cassia quando un grosso SUV nero con i vetri oscurati mi ha superata, sulla sinistra, sfiorandomi e subito dopo mi ha tagliato la strada per svoltare a destra su via Flaminia, urtando la mia auto.

Ho immediatamente suonato il clacson, convinta che il guidatore si fosse accorto dell’urto e che si sarebbe fermato poco più avanti per verificare i danni. Invece ha proseguito accelerando. A quel punto l’ho seguito, svoltando anch’io su via Flaminia anche se avrei dovuto proseguire diritto, e ho continuato a suonare e a lampeggiare con gli abbaglianti per fargli capire che doveva fermarsi. Ma il SUV sembrava volersi allontanare.

Mentre guidavo sono riuscita a prendere il cellulare dalla borsa e a fotografare la targa, per poter denunciare l’accaduto all’assicurazione. Avrei potuto fermarmi lì. Avevo la targa, avevo ciò che mi serviva. E invece, come mossa da una spinta inspiegabile, ho continuato a inseguirlo.

Svoltato l’angolo di via Riano, il SUV è stato costretto a fermarsi perché davanti c’era un’auto che stava facendo manovra. Ho lampeggiato ancora e ho scattato altre fotografie alla targa. A un certo punto il SUV ha fatto retromarcia nella mia direzione, quasi volesse venirmi addosso. Ho pensato che volessero intimorirmi.

Ed è qui che, a ripensarci, il mio comportamento appare davvero incomprensibile. Senza riflettere sono scesa dall’auto, lasciando perfino la portiera aperta e la borsa all’interno, e mi sono avvicinata al SUV. Il conducente ha aperto lo sportello ed è sceso.

«Non si è accorto di avermi urtata con la sua auto?» gli ho chiesto.

Nel frattempo, sono scesi dal SUV altri due giovani e si sono avvicinati. Uno di loro mi ha detto:

«Lei ha scelto le persone sbagliate.»

In quel momento ho visto la scena dall’esterno e mi sono resa conto della situazione in cui mi ero messa. Era ormai l’una di notte, ero una donna sola davanti a tre giovani sconosciuti, che avevano probabilmente bevuto, scesi da un grosso SUV dai vetri oscurati.

Ho cercato di sdrammatizzare.

«Perché? Siete pericolosi?» ho chiesto sorridendo.

«No», mi ha risposto il ragazzo. «È che lo facciamo di mestiere, constatare i danni. Siamo periti assicurativi.»

Da quelle parole e dai loro sguardi ironici mi sono resa conto che sospettavano che fossi una di quelle persone che simulano incidenti per ottenere un risarcimento. La situazione era paradossale: come potevano pensare che una donna della mia età fermasse un’auto in piena notte rischiando di farsi aggredire senza un valido motivo?

Sono entrata in uno stato di agitazione. Mi hanno chiesto dove fosse avvenuto l’incidente, da che parte mi avessero superata e come mi avessero urtata ed io non riuscivo a rispondere, a mettere ordine nei miei pensieri. Non riuscivo a spiegare ciò che era accaduto e non ricordavo con chiarezza neppure in quale direzione stessi andando. Ero consapevole di essere sola, nel cuore della notte, in una strada poco frequentata, davanti a tre uomini che non conoscevo e che avrebbero potuto reagire in qualunque modo.

In realtà, due dei tre giovani si sono dimostrati gentili e si sono scusati, mentre uno rimaneva piuttosto dubbioso. Mi hanno detto che non si erano accorti dell’urto perché avevano la musica a tutto volume. Abbiamo controllato insieme la macchina e abbiamo visto che si trattava soltanto di un lieve graffio. Ho detto loro che non valeva neppure la pena fare una denuncia.

Uno di loro, con molta cortesia, ha insistito: «Lei potrebbe essere nostra madre e non vogliamo che debba spendere soldi dal carrozziere. Prenda il mio numero. Abbiamo delle carrozzerie convenzionate: se vuole, domani porta la macchina e gliela facciamo lucidare e sistemare.»

Li ho ringraziati, ancora molto a disagio, ho ripetuto che non era necessario e ci siamo salutati.

Solo tornando a casa ho ritrovato tutta la mia lucidità, ho rivissuto la scena fin dall’inizio e mi sono resa conto dell’imprudenza che avevo commesso. Mi era andata bene: quei ragazzi si erano comportati correttamente e non avevano alcuna intenzione ostile. Ma avrebbero potuto essere persone completamente diverse.

Continuavo a chiedermi: come ho potuto comportarmi in quel modo?

Non mi era mai capitato, almeno che io ricordi, di agire con una simile avventatezza. Mi inquietava soprattutto essermi trovata, per alcuni minuti, in uno stato mentale così insolito: prima avevo inseguito un’auto in piena notte e avevo affrontato il conducente senza fermarmi a valutare il rischio; poi, quando mi era stato chiesto di raccontare ciò che era appena successo, non ero stata neppure capace di ricostruirlo con coerenza. Era stata la stanchezza? La paura? L’agitazione provocata dal sentirmi sospettata? O la somma di tutte queste cose?

Eppure, ero stata in grado di guidare, seguire il SUV, lampeggiare, prendere il telefono, fotografare la targa. Non avevo perso il controllo delle mie azioni; a offuscarsi era stata la capacità di valutare razionalmente ciò che stavo facendo. Avevo compiuto una sequenza di azioni senza una vera elaborazione mentale.

A mente fredda sarebbe stato ovvio considerare: sono sola, è notte fonda, non so chi siano queste persone, la targa ormai ce l’ho, non ho nessuna ragione per continuare a seguirli e certamente non devo scendere dall’auto. Ma in quel momento nulla di tutto questo mi è passato per la testa.

Ed è proprio questo che mi ha colpita: non ricordo di aver formulato un pensiero preciso. Non ero arrabbiata con quei ragazzi, non provavo alcun desiderio di vendicarmi o di punirli. Semplicemente agivo come un automa, senza pensare, come se avessi perso la facoltà di ragionare.

Il SUV non si fermava e io lo inseguivo. Cercava di allontanarsi e io continuavo a lampeggiare. Quando si è fermato sono scesa dall’auto e mi sono avvicinata, senza pensare al pericolo. Un comportamento che ricorda quello che gli psicologi chiamano “visione a tunnel”: il cervello restringe lo zoom sull’obiettivo immediato e cancella tutto il resto, pericoli, alternative, conseguenze.

Quella sera mi è andata bene. Ma ho sperimentato in prima persona come, in certe circostanze, la mente possa andare in tilt.

La mia esperienza mi ha fatto ripensare ad alcuni fatti di cronaca nei quali persone fino a quel momento ragionevoli, dopo aver subito un furto o un’aggressione, hanno inseguito chi stava fuggendo, arrivando persino a sparare. Mi sono chiesta: se io ho potuto perdere in questo modo la lucidità per un semplice urto, che cosa può accadere a chi ha appena subito una rapina, si è visto puntare addosso un’arma, ha temuto per la propria vita o per quella di una persona cara? Forse, in quel frangente, non si riesce a formulare un pensiero compiuto. Si segue soltanto un impulso, senza riuscire a fermarsi a riflettere sulle conseguenze.

Paradossalmente, sembra lo stesso meccanismo che descrivono quelli che compiono azioni eroiche gettandosi nel fuoco o in acqua per salvare uno sconosciuto: dicono di aver agito d’impulso senza pensare. Gli esiti, ovviamente, sono opposti: uno salva una vita, un altro la distrugge, ma forse entrambe queste situazioni derivano dallo stesso automatismo mentale. Perché è evidente che quando una persona con una vita ordinaria compie improvvisamente un gesto totalmente incompatibile con tutto ciò che ha fatto fino a quel momento, è ragionevole chiedersi se in quei secondi la sua mente si fosse ottenebrata. Se le persone che hanno sparato a un ladro in fuga avessero avuto, in quel frangente, la lucidità di fermarsi a considerare davvero le possibili conseguenze – processo, probabile condanna, carcere, sconvolgimento della propria vita – si sarebbero probabilmente fermate.

Da fuori è facilissimo dire: io non l’avrei mai fatto. Lo avevo pensato anch’io tante volte leggendo certi fatti di cronaca. Ora sono molto più prudente nel dirlo.

Come diceva sempre mia madre:

«Non giudicare prima di trovarti nella stessa situazione.»

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