ORA PUOI USCIRE MA NON NE HAI PIU’ VOGLIA

Con la fine del lockdown e l’avvio della fase 2, decretata lo scorso 4 maggio, è emerso un nuovo fenomeno che gli esperti definiscono ‘Sindrome della capanna’.

È iniziata la fase 2  ma alcune persone sono rimaste in modalità  #iorestoacasa. Potrebbero uscire ma per un motivo o per l’altro, non lo fanno. Avvertono paura e ansia all’idea di riprendere gli impegni e tornare alla vita di prima. Potrebbero essere affetti dalla “sindrome della capanna”.

“La sindrome della capanna è una dimensione psicologica, un insieme di pensieri ed emozioni che portano a credere di non voler uscire di casa, non solo per paura del contagio ma per una serie di motivazioni legate a ciò che li aspetta all’esterno,” spiega la psicoterapeuta cognitivo comportamentale Giulia Giorgi di Guidapsicologi.it.

La sindrome della capanna o del prigioniero spinge a lasciare la propria vita in stand by rimanendo in reclusione volontaria. Chi ne è affetto prova ansia quando esce di casa, gli sembra di soffocare dentro la mascherina, pensa che ci siano troppe persone in giro e che sarebbe stato meglio se fosse rimasto in casa, prova stanchezza all’idea di fare la fila per entrare in un negozio o al supermercato, non permette agli altri di avvicinarsi nemmeno a distanza di sicurezza, perché teme di esporsi al rischio del contagio. Oppure non riesce semplicemente a trovare un motivo valido per uscire di casa, specie se può continuare a lavorare in remoto.

Il termine “sindrome della capanna” è una rivisitazione della Sindrome di Stoccolma, una condizione psicologica che contraddistingue persone vittime di traumi come rapimenti e periodi di isolamento forzato, per cui le vittime coinvolte arriverebbero a familiarizzare e a immedesimarsi con i rapitori e ad adattarsi alle condizioni stressanti di isolamento.

“I meccanismi alla base di questo processo psicologico non sono molto chiari, ma si presume che scatti nella nostra mente un meccanismo di difesa che ci permette di adattarci alla situazione negativa che stiamo vivendo, per renderla più sopportabile” spiega l’esperta.

Durante la quarantena, il cervello e il corpo si sono abituati a ritmi diversi, confinati all’interno di un perimetro delimitato dal quale per più di due mesi non si è potuto uscire, a meno di violare le regole. La paura del contagio e la forzata reclusione hanno diminuito la capacità di stare con gli altri e in gruppo, di sapersi relazionare in presenza, hanno instillato l’avversione per il contatto fisico.

Per chi ha vissuto bene il periodo di lockdown della fase 1 e si è creato attorno una comfort zone fatta di canti dal balcone, aperitivi su zoom, yoga in videoconferenza, lunghe maratone di serie tv e tanto tempo libero da dedicare a se stesso, la fase 2 potrebbe non essere una prospettiva allettante.

Nonostante i suoi contorni drammatici il lockdown per molte persone ha rappresentato un momento per riscoprirsi, per dedicarsi alle proprie passioni e interessi. Per altri è significato semplicemente rintanarsi nel proprio nido, autorizzati per decreto legge a prendersi una pausa che prima della pandemia sarebbe stata impensabile.

Viceversa, per altri è stata una insopportabile forzatura e proprio per loro tornare in pista potrebbe rivelarsi ancora più difficile del previsto. A livello psicologico, si sono adattati al periodo di costrizione cercando di accettarlo ma sognando sempre il ritorno alla normalità. Ora però non riconoscono più il mondo là fuori che è diverso da quello che avevano lasciato, ed è ormai chiaro che molte cose non torneranno più come prima. E questo li demoralizza e li spaventa. Non riescono più a trovare la loro dimensione nella nuova realtà che si prospetta.

I sintomi della “sindrome della capanna” potrebbero manifestarsi sotto forma di insonnia, frustrazione, attacchi di panico, difficoltà di concentrazione e persino depressione.

“Spesso, chi ha paura di uscire, non lo sente come un vero disagio ma al contrario si convince di scegliere liberamente di restare in casa perché sta bene, perché ha riscoperto nella propria abitazione un luogo sicuro.” Ma rimanere segregati può alimentare un senso di solitudine e di inadeguatezza.

“Non ci si deve sentire assolutamente in difetto o sbagliati se in questo momento sociale non si sta bene. Non bisogna sforzarsi di fingere che vada tutto bene. E’ normale sentirsi preoccupati, queste emozioni sono del tutto legittime a fronte della situazione che stiamo vivendo a livello globale.

Affrontate un giorno alla volta, concedetevi del tempo per trovare il vostro ritmo, provate a organizzare le vostre giornate con momenti ben scanditi, programmando attività piacevoli, possibilmente anche all’aria aperta e insieme agli amici, in sicurezza e nel rispetto delle regole.

Ma se persiste una forte avversione all’idea di uscire di casa, se si prova un’ansia esagerata, se si ha minore interesse di prima per le cose che ci piacevano, allora potrebbe essere consigliabile rivolgersi a un esperto.

“Parlare delle nostre paure ci rende più forti nell’affrontarle”, incoraggia la psicologa, “sapere di non essere soli aiuta!”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...