Covid-19: gli anziani e la voglia di normalità

Oggi si rimproverano soprattutto i giovani di essersi lasciati travolgere dalla voglia di ritorno alla normalità durante l’estate, abbandonando le precauzioni e le misure di distanziamento fisico. Ma adulti e anziani non sono stati da meno.

Molti hanno notato, infatti, che proprio i “senior”, gli “over” 60/70, quelli appartenenti alla fascia di età più a rischio, quelli fragili che qualcuno aveva proposto di rinchiudere per proteggerli, sono spesso i più imprudenti rispetto al rischio Covid.

E non è difficile comprenderne il motivo.

I giovani sono stati indicati come potenziali untori, colpevolizzati per la loro naturale voglia di divertirsi e di socializzare, accusati di mettere a rischio la vita di genitori e nonni. E non c’è niente di più angosciante dell’idea di essere potenzialmente responsabili della morte di una persona cara.

Spesso, la mancanza di prudenza da parte dei più anziani è proprio un modo per liberare i giovani dai sensi di colpa. Perché occorre una dose non indifferente di egoismo da parte di un genitore o di un nonno per pretendere che i figli e i nipoti si sacrifichino per proteggerli. Chi è soddisfatto della propria vita, conscio di averla vissuto appieno, può solo desiderare che la nuova generazione se la goda come ha fatto lui.

D’altra parte, i più anziani hanno già conosciuto il dolore per la perdita degli affetti più cari, sanno che si può morire di tante cose, sono consapevoli che malattie e pericoli sono sempre in agguato ed è meglio non pensarci, altrimenti si diventa paranoici.

I più anziani hanno conosciuto i rimpianti per le occasioni che non hanno saputo cogliere, i rimorsi per un saluto o un bacio non dato senza sapere che sarebbe stato l’ultimo, sanno che ogni momento è prezioso e non bisogna sprecarlo.

Più le persone vanno avanti con gli anni più apprezzano il regalo di ogni giornata vissuta spensieratamente, ogni abbraccio e ogni sorriso di un figlio o di un nipotino, ogni serata trascorsa con gli amici di sempre.

Arrivati alla fatidica tappa della terza età si rendono conto di possedere ancora un’energia insperabile, un rinnovato entusiasmo per i piccoli piaceri della vita, provano una sensazione di libertà mai provata prima, derivante dalla consapevolezza di essersi finalmente affrancati dai doveri di lavoro e famiglia e di potersi dedicare a tutti i sogni e le passioni messi da parte per mancanza di tempo.

E non vogliono più rinunciarci a quei sogni e a quella libertà perché sanno che il loro tempo a disposizione non è eterno, che finché sono in buona salute non possono permettersi di fermarsi, perché dietro l’angolo si insidiano acciacchi e malattie temibili, tra cui il Covid-19 è solo una delle tante.

Hanno paura della sofferenza come tutti, ovviamente, ma temono di più la solitudine e la depressione che a quella età è vista come l’anticamera della morte.

Gli anziani di oggi vogliono rimanere in forma il più a lungo possibile, perché sanno che non si smette di essere attivi quando si diventa vecchi, ma si diventa vecchi se si smette di essere attivi. Per loro, dover rinunciare alla palestra, alla piscina, ai corsi di ballo, significa compromettere la salute mentale e fisica e, a differenza dei giovani, rischiano di non ritrovarla più.

L’alternativa di fare esercizio all’aria aperta può essere anch’essa impraticabile; le patologie della colonna vertebrale di cui sono spesso affette le persone con l’avanzare degli anni non consentono più di saltare e di correre, per cui sono costrette a sostituire la corsa con la camminata veloce, o il “nordic walking”, ma l’obbligo di indossare la mascherina anche quando si fa attività motoria all’aperto comporta problemi di respirazione che non sono stati considerati dai decisori politici.

Non deve quindi stupire se proprio gli over 60/70 sono i più recalcitranti a seguire le regole imposte, specie quando mancano di coerenza e di supporto scientifico.

La generazione degli anni 50/60 ha saputo costruire una società basata sulla solidarietà e l’amicizia, ha coltivato la cultura in tutte le sue forme, e non intende rinunciarvi. E’ una generazione abituata a lottare per i propri diritti e per ciò in cui crede, è più smaliziata nei confronti del potere, riesce a cogliere le incongruenze e gli interessi che si possono celare dietro alcune decisioni politiche. Non ha paura di mettere in discussione dogmi imposti e di andare controcorrente. Pretende di essere informata correttamente per maturare una propria comprensione di ciò che accade nel mondo, e non teme di affidarsi anche a canali alternativi. Sa che la storia è costellata di verità scomode venute alla luce proprio grazie ai cosiddetti complottisti e non si lascia intimidire dagli epiteti e i soprannomi coniati dai media mainstream per scoraggiare il dissenso.

Questo non significa, ovviamente, che tutti i nati in quel periodo abbiano sviluppato una capacità di ragionamento autonomo e una propria coscienza critica. Anzi, molti giovani a quei tempi avevano adottato un anticonformismo che era più conformista del conformismo che volevano combattere. L’anticonformismo per alcuni era diventata una moda, una omologazione, un confondersi con la massa per essere accettati. L’anticonformismo era diventato la nuova norma sociale, incoraggiata e promossa anche dalla politica. Per questo motivo molti di quelli maggiormente proni a sottomettersi e ad omologarsi sono riusciti a ritagliarsi posizioni di rilievo nello scacchiere sociale. Si tratta di quelli che oggi vengono definiti “normopatici”, lo erano allora e lo sono ancora oggi, poiché non sono cambiati con l’età.

La psicologia definisce normopatico “colui che accetta passivamente tutto ciò gli viene indicato come buono, giusto e corretto dalle istituzioni e dai media ufficiali, colui che non mette mai in discussione le regole imposte dall’autorità. Non è capace di pensare in maniera autonoma, ma giudica criticamente chi, invece, lo fa. Il suo unico obiettivo è quello di apparire “normale”, di condividere idee e opinioni che possono ottenere l’approvazione sociale. Il normopatico non è in grado di emettere valutazioni dettate dal buon senso. Quel tipo di buon senso che permette di valutare e distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, il giusto dall’ingiusto, il sano dall’insano, la coerenza dall’incoerenza, il bene comune dalla macelleria sociale, il vero sapere dalla menzogna”.

“Il normopatico è terribilmente passivo e arriva a razionalizzare l’irrazionale e ad assumere comportamenti del tutto illogici senza esserne consapevole.”

Questo tipo di comportamento è maggiormente riscontrabile nel terzo millennio, un’epoca in cui la dittatura del pensiero unico, della “normalità” è imposta utilizzando l’azione continua e invasiva dei mezzi di comunicazione di massa. Persino il dissenso è sapientemente guidato e incanalato. Grazie a questa tecnica, le stesse vittime finiscono col diventare funzionali al propagarsi dell’idea che i media cercano di imporre, ridicolizzando e attaccando chiunque non si allinei, apostrofandoli con etichette e soprannomi coniati ad hoc dai professionisti della comunicazione. I normopatici esprimono idee e opinioni solo se possiedono un imprinting di ufficialità e trovano gratificazione nella approvazione sociale.

Per questo motivo, la forza di ogni governo risiede nella sua capacità di conquistare un congruo numero di normopatici, che approvino senza discutere la sua linea politica anche se manca di logicità ed efficacia.

Il seguente brano, tratto dal romanzo “Lo strano Natale del dottor Sossi” di Michele Iannelli, medico psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica, illustra bene come agisce il condizionamento di massa:

« L’uomo, pur di sopravvivere, riesce ad adattarsi a qualsiasi situazione e, alla lunga, riesce a trasformare in accettabile anche l’orrore. La tecnica di persuasione, utilizzata su larga scala da televisione, cinema e altri mezzi di comunicazione, è attentamente studiata ed elaborata. Dopo qualche mese di martellamento mediatico, ti ritrovi a considerare normali cose che immaginavi che non avresti mai accettato, cose che mai pensavi sarebbero potute accadere. Entrano nella tua vita quotidiana concetti, forme di ragionamento, mode e parole che vogliono importi. E tu, che ti illudi di essere immune da tutto questo, tu che t’illudi di avere grandi principi morali e un inattaccabile senso di giustizia, ti ritrovi a fare e a pensare automaticamente cose che credevi non ti appartenessero. Ti sorprendi a considerare sfigata una persona perché non segue la moda o non è più giovane o guadagna poco.
Oppure finisci a fare la fila, come un coglione, da qualche parte, perché tuo figlio vuole subito l’ultimo modello di un marchingegno elettronico. Ti rendi conto che stai facendo qualcosa contro i suoi veri interessi e contro la tua coscienza; ma ti senti impotente di fronte a una serie di convinzioni che ti trascinano ad aggiungere anche la tua persona a quel patetico gregge. »

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